Vesna Đikanović

25/06/2015 // news

vesna-djikanovicIl festival “Leone d’oro”, continuando il suo cammino verso il dialogo artistico e interpersonale, anche con l’edizione di quest’anno, si trova di fronte alla ricerca di sorgenti pulsanti e flussi vivi della realtà con la quale stabilisce un dialogo artistico. Il motto del festival di quest’anno è: ” É giunto il momento delle rivelazioni!” Il “Leone d’oro” volgerà lo sguardo là dove l’esperienza della realtà suggerisce apertamente o di nascosto di nascondere, di sviare lo sguardo. Là, dove è “vietato guardare.” Cercherà di scoprire cosa si cela dietro le mura che alziamo quotidianamente e con persistenza, e che comunque non ci difendono più davanti a nulla, che divorano enormi quantità della nostra energia vitale. Pertanto, la selezione di quest’anno rappresenta una produzione teatrale che si rifiuta di mostrare la realtà sotto diverse maschere teatrali di convenzione, di obbedienza, di eccessiva cooperatività. Al contrario, mette in gioco gli elementi del diritto d’autore di disobbedire, comunica con scene audaci e con differenti dimensioni di ardua libertà di scelta.

La commedia “Scompiglio” di Branko Brezovec, espone il problema di come riconoscere il desiderio nella sua verità e come affrontare la verità. É stata ispirata dal romanzo dello scrittore austriaco Robert Musil, e lo stesso motivo è stato usato pure dal regista Volker Schlöndorff. Questo chiedersi della vera natura del desiderio e dell’amore, si svolge ai margini dell’Impero di cui in passato eravamo parte, nel contesto dell’entrare nel mondo delle norme della popolazione adulta, di costruzione della gerarchia -quella militare e quella maschile, ci pone di fronte agli standard scortesi della verità, il modello cliché di repressione dell’esperienza che sicuramente conduce ad un futuro distruttivo di vita vissuta nella menzogna, del senso di colpa e maltrattamenti di se stessi. Ci espone anche un fatto molto importante, che in realtà non sappiamo come trattare la rudezza, la crudeltà, l’aggressività. Seguendo questa pista, dal contesto del periodo in cui  il suo modello è stato concepito e dall’esperienza del secoli in cui viviamo, la performance anticipa il sorgere del fascismo.

Giorgio Amadeo, autore e direttore del progetto ‘Savina’, scritto in lingua italiana, in collaborazione con il Teatro Stabile Sloveno di Trieste, narra una storia di vita vissuta, della slovena Savina Rupel, che nel vortice della guerra, internata nel campo di concentramento di Ravensbrück in Germania, mette al mondo il figlio Daniel, il quale qui muore. La storia teatrale è composta da varie interviste a Savina, che capisce il dovere civile e morale della testimonianza, che sente la propria sopravvivenza agli orrori della guerra come un dovere di informazione da tramandare alle generazioni future. A noi che viviamo oggi, con conflitti e crimini che costantemente infiammano le città, più velocemente di quanto i nostri media riescano a riferircene e che ancora più velocemente e irrimediabilmente scompaiono dalle notizie di stampa “La troia”, un monodramma del regista Zijah Sokolović e interpretato dall’attrice Olivera Baljak, trova e formula la figura teatrale di una donna, nata dalle colonne vibranti di Vedrana Rudan, in una performance  matematico fiabesca. La donna che qui troviamo, rivela l’enorme peso non solo nel mitico rapporto tra uomo e donna che cerchiamo costantemente di capire, ma tutti i tipi di peso che le donne sopportano qui e ora, fino alla paura che non le accada qualcosa di nuovo, di diverso e – più facile. A nome di tutte queste donne, che non possono o non sanno come vedere la propria realtà, questa performance rivela, senza alcuna paura, la donna pronta ad affrontare il cammino in mezzo all’immondizia della vita quotidiana, attraverso la fede, la politica, e altri sottoprodotti della realtà, delle vecchie percezioni della propria vita e informazioni e conoscenze più aggiornate di ogni genere, tramite la ricchezza del tempo che hanno accumulato nella vita. Diverse preoccupazioni e modelli femminili nelle relazioni di identità che qui sorgono, vengono presentate nella  “#pornographia,”  progetto d’autore di Alen Prošić nato nel contesto di prassi estetica del suo hybridTheatro di Lubiana, collegando il teatro e il cinema. Questa performance, formulata dall’autore come performance radicale di teatro, ci rivelerà la storia che a qualcuno sembrerà ripugnante, brutta o addirittura volgare. Vale a dire, ci rivela la nostra capacità di affrontare i personaggi senza riserve. Questo evento teatrale pone davanti a noi una sfida in cui sarà necessario scrollarsi di dosso tutti i tipi di pregiudizi che senza sosta ci inseguono, spesso come fortezze invisibili che determinano la nostra identità. Apre al pubblico la porta della intimità di Emma e Adele, svela a poco a poco il loro  amore, il desiderio, denudandole fino ad arrivare a una libertà totale, in esplicite scene di sessualità. Si tratta di una rara occasione sulle nostre scene teatrali, perchè consapevolmente non lascia  indifferente – nessuno.

Una vita matrimoniale civile e convenzionale da far invidia, biografie quasi stereotipiche quanto auspicabili di due coppie di coniugi che si dissolvono a tarda notte in una situazione di commedia nera, di satira, di slapstick dell’autore Edward Albee, dall’interpretazione e regia molto sottili e lucide, di un sistema di valori in cui viviamo, e delle convenzioni che vengono freneticamente accettate. La “Virginia Woolf” di Frey porta spietatamente alla luce l’altra facciata del successo che viene garantito dalle regole  sociali, scoprendo una vera e propria vita dietro le maschere, quelle sociali e quelle private. Frey ci rivela chiaramente, come un prezioso suggerimento, che viviamo in un mondo che non sa cosa farsene delle emozioni, che ci rende più fragili, perché il confine tra il successo e l’insucesso è molto fluido e inaffidabile,.

Dalla ambito delle attività sociali di successo nella graduatoria convenzionale sociale, che improvvisamente cessano di essere tali, la performance di Zajec “I maiali”, presentata dal Teatro popolare di Varaždin e diretto da Damir Zlatar Frey, ci trasferisce in un territorio grottesco: nell’isolata fattoria di allevamento di maiali. Nel bel mezzo di questo fango, il regista fa sedere su un divano Biedermeier, le protagoniste di questo spettacolo, due sorelle, come un paio di figurine in porcellana finissima, appena uscite da una confezione regalo. Ma questa scena che ci fa pensare ad un souvenir che sembra sorridereci da uno scaffale, quasi come una scena del passato, scoprirà il grottesco fino al limite. Questo divano, appartenente ai salotti borghesi, un luogo di rilevamento storico e di conflitti d’un tempo, scoprirà la relazione tra uomini e maiali: chi è l’uomo e chi  è il maiale, i vivi che sono morti e i morti che sono vivi, dove tutto l’umano e il sociale appartiene al passato, un luogo ai limiti dell’antimondo. Così il grottesco di questo spettacolo scopre l’esistenza di stati intermedi, delle categorie e relazioni deformati al punto che sfidano la classificazione, e che in nessun modo si addicono a qualsiasi separazione categoriale o intoccabilità del superiore e dell’inferiore, del disgustoso e del familiare. Attacca l’ipocrisia di varie disarmonie sociali e il narcisismo individuale della realtà che ci circonda. Anche se la scena è molto ricca, vigorosa e attraente, “I maiali” di Frey trasmetteranno al pubblico l’importanza e la necessità della costruzione di una civiltà che va oltre il mondo della violenza e dello spettacolo.

La performance “Diventa un lampione di strada” del Teatro popolare sloveno di Nova Gorica, di cui sarebbe difficile definire il genere, potrebbe essere descritta come uno spettacolo musicale di poesia visiva del Kosovel. Anche se è stato creato un centinaio di anni fa, il richiamo dei versi di Kosovel al rinnovamento dell’uomo e della società, si rivela di grande attualità,  in quanto viviamo in un tempo di eliminazione degli attuali modelli di relazioni umane, degli ordini e di ribellione. Dall’area di cabaret abbandonata nella quale, come fuggiaschi, respinti dalla società, sei artisti perfettamente abbinati, intrecciando la coreografia, il racconto e l’espressione teatrale di cabaret musicale, inviano l’invito a noi e tutti coloro che siedono da qualche parte – teatri, caffè, bar o parchi di divertimento.

La performance “Ieri mi sono ricordato del blu,” del Teatro dei ciechi e degli ipovedenti “Vita nuova”, della regia di Petra Radin, rivela come viene vissuta la diversità quando essa ha la conotazione di disabilità. Quanto veniamo capiti  dall’ambiente quando siamo diversi. Il festival “Leone d’oro”, contradistinto dal marchio  di qualità d’espressione artistica, ha invitato con grande gioia il teatro “Vita nuova” a unirsi alla rassegna di quest’anno.

Infine, il moto del festival di quest’anno – É giunto il momento della rivelazione – , dove il “Leone d’oro” cercherà con le possibilità di un teatro diverso e innovativo di sottolineare l’importanza delle modifiche dei punti di vista prospettici, spostando le prospettive di vita quotidiana e dei suoi modelli, cercando di vivere il dialogo con il pubblico per creare i propri mondi derivanti dalla profonda verità, di solito nascosti nelle imitazioni di mondi diversi. Quelli reali e quelli teatrali.

Vesna Đikanović

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