Introduzione di Vesna Đikanović

09/06/2016 // news

vesna-djikanovicIl teatro è presente da venticinque secoli. In tutta la storia dell’umanità, ovunque ci sia stata una comunità umana, oltre alle attività esistenziali, ci sono sempre state quelle d’intrattenimento. Sotto alberi, nei campi, nei templi, nelle sale scolastiche, nelle piazze, in appartamenti e scantinati, nei bassifondi, su palcoscenici tecnologicamente sofisticati delle capitali culturali mondiali, ci incontravammo e ci incontriamo, incorporando lo spirito e la sfera di prestazioni in un solo corpo di eredità umana. Per il futuro. In questa epoca in cui milioni di persone a malapena sopravvivono e soffrono, fugono dai conflitti nelle loro case mutilate e sono completamente privati di opportunità, in questo mondo di relazioni di potere diseguali, dove le varie istituzioni preferiscono uno standard solido interferendo nella privacy, la cultura sta diventando sempre più informativa, in un momento in cui il teatro è così poco importante rispetto ai territori in cui avvengono inimmaginabili tragedie della vita reale o con sensazioni iperefettive provenienti dai mass-media, intrappolate in un tempo che considera normale depositare ogni banalità mentale nella banca dei social network, si chiedono in molti se il teatro sia necessario. Con tutto il “teatro” di terrore quotidiano, che ce ne facciamo, noi, stanchi di questo terrore personale e collettivo, e del teatro stesso. Se lo chiederanno anche gli stessi professionisti teatrali, incontrando molte difficoltà nel trovare uno spazio addato alla loro performace e un pubblico a cui rivolgersi, tutto a causa della “crisi”. Nel contesto più ampio della cultura, e visto dal punto di vista delle autorità, il pragmatismo usato da conoscenze politiche, il teatro è senza alcuna legittimità economica, ciò significa in posizione marginale nel discorso pubblico, è un parassita, perché è diffusa la convinzione che tutta la cultura, in termini di politica locale, “mangia solo i soldi dei contribuenti.” Sì, la cultura non è definita da numeri. In un programma sociale globale, varie prassi egemoniche ci presentano un quadro culturale che è superiore agli altri. E come vivere quando le idee sono considerate senza valore, il corpo inutile, e socialmente la verità è strappata e messa a tacere? Come vivere quando le idee non sono apprezzate, la verità non è necessaria, e la struttura politica non da motivo di sperare. Quando la politica dimentica il futuro? Credere nel futuro, quando l’aspetto economico, politico, storico e la realtà stessa non ne dà motivo, potrebbe essere una delle migliori definizioni di ciò che oggi è la cultura. Quindi c’è da pensare che, senza cultura, non esiste futuro per la politica,. E quando la politica non può ispirare nulla oltre alla disperazione o il disgusto, il teatro, può infondere speranza nella politica, che non è solo simbolica ma per sua natura teatrale, ellevata a livello emblematico. Il teatro è parola pubblica. Poiché si tratta di un aspetto completo, l’esperienza teatrale può portare al cambiamento dei pregiudizi. E’ uno strumento di dialogo spontaneo, umano, non costoso e molto più potente, per la divulgazione e cambiamenti e riforme. Ci incontravammo e ci incontriamo nel
mondo teatrale, al fine di imparare, pensare, ridere, immaginare, ricordare, singhiozzare. Per assorbire l’energia, aprire un orizzonte, incoraggiare l’empatia. Dato che il teatro può dire tutto. Che la frode regna, e che l’uomo buono non è necessario, e che l’emozione nobilita e distrugge. Esso può esprimere tutta la complessità umana in ogni frazione di spazio vuoto, creando con i suoi poteri lo spazio libero nei cuori e nelle menti della società. Senza intermediari, direttamente tra uomo e uomo. Per questo il teatro è unico. Pertanto, il teatro è necessario. esso è la necessità della civiltà e quindi la cura del teatro non può essere lasciata solo al personale del teatro, ma alla società nel suo insieme, che, per suo interesse, dovrebbe consentire un punto di vista diverso

Il testo antologico del dramma di Krleža “In agonia”, è stato presentato in tutti i teatri della Croazia, quindi, il progetto originale “In agonia”, che è anche il titolo del filo conduttore del festival di quest’anno, e che ha aperto una nuova scena teatrale di Zagabria, guidata dalla responsabilità e dalla sfida del compito che gli attori (entrambi autori, Nela Kocsis, Darko Stazic, Ozren Grabarić) postosi per creare qualcosa di nuovo e diverso dal modello che è stato così spesso diretto, di dimostrare che Krleza non è uno scrittore noioso, ma molto vivace e moderno, che ancora oggi ha molto da dire. Questo è un dramma che è completamente lontano dai cosiddetti “giochi di società” e cerca di esplorare in profondità la motivazione del comportamento umano dei tre caratteri principali, che farà emergere in superficie un dramma emozionante e sanguinoso. Questa è una versione da camera che, grazie agli istinti di recitazione, raggiunge una forza speciale e drammatica, nella quale non si parlerà perfettamente solo delle”frasi di Krleža”.. Mettendo in rilievo i personaggi del conflitto, il pubblico sarà coinvolto in un vortice di emozioni, turbolenze e fratture che gli attori creano in scena, uniti nella noiosa e dolorosa quotidianità sociale di alti e bassi, la perdita dell’onore, il fatale conflitto d’amore, la rabbia e il dolore del personaggio disilluso di Laura Lenbach.

L’adattamento teatrale del romanzo di Flaubert, “Madame Bovary”, prodotto dal SNG Nova Gorica e diretto da Yulia Roschina, si forma intorno alle domande sul mondo in cui viviamo, che ha paralizzato non solo l’anima di Emma, ma anche l’anima di quasi ogni persona. Nell’agonia di ricerca senza scopo, ci aggrappiamo come aria ai piaceri e alle sensazioni momentanee, nella speranza di dimenticare per un momento la banalità della vita, riempire il vuoto interiore. La Madame Bovary è un rilevante prototipo
di un personaggio moderno in cerca di un rifugio per sfuggire al vuoto nella proiezione illusoria della realtà, nell’ossessione per la bellezza, la ricchezza, la passione e l’alta società. In tali campioni sociali, la battaglia viene vinta dai mediocri, spiritualmente vuoti e finanziariamente abili. Questa è una storia in cui le limitazioni, la doppia moralità, la rigidità, la crudeltà, si pone tra l’uomo e il suo essere. Dimostra che la situazione delle persone e delle loro reazioni cambiano poco nel corso della storia, non vogliono rieducarsi. Sembra che Emma e i suoi contemporanei appartengano ad una realtà eterna, con noi stessi.

L’amore espresso attraverso l’odio e viceversa, ciò che accade alle persone quando sono chiuse nelle loro case e nelle loro intimità, viene rivelato in “Chi ha paura di Virginia Woolf” del Teatro di Capodistria, diretto da Vito Taufer. Dissezionando l’intimità dei personaggi, il testo antologico del dramma di Albee, da più di cinquant’anni non cessa di attirare il pubblico con la sua energia vivace, a volte quasi selvaggia. Anche se al momento della sua nascita era principalmente percepito come fonte di aspre critiche del sistema dei valori e di desiderabilità dell’occidente, oggi, nel gioco dei personaggi, riconosciamo noi stessi. La disintegrazione dell’illusione della vita di relazione di coppia, l’entrata degli attori e del regista nella testa e nel ventre dei personaggi, dall’inizio alla fine, viene costruito su principi della commedia, commedia verbale, che sono parte integrante del testo di Albee e che viene aggiornata da procedure registiche della commedia di situazione, affilando, in questo modo, l’assurdita del destino dei personaggi.

Quello che accade tra le quattro mura domestiche e le molteplici possibili facce dell’amore, è al centro dell’interesse del dramma “Amore”, dell’autore e regista Ljubomir Kerekeš, prodotto dal Teatro Kerekesh. Qui abbiamo la possibilità di assistere allo spettacolo nella maniera di teatro popolare, con un tocco di farsa. Stereotipi capovolti del patriarcato sono stati utilizzati come principio di produzione di situazioni comiche, combinati con elementi di confusione. Il teatro Kerekesh, di volta in volta, usa e sviluppa modelli simili di comportamento dei caratteri, e della realizzazione di situazioni, Tanto che si può parlare di uno stile distintivo della commedia. Una serie di complicazioni di vita quotidiana della famiglia, si impigliano intorno l’amore non consumato della giovane coppia, e culminano nell’affetto materno per la figlia, l’amore per il vizio, l’amore ossessivo e l’amore omossessuale.. Il cosiddetto piccolo, uomo comune con i suoi problemi, è al centro del monodramma “Talpe” di Jan Kerekeš, della produzione del Teatro Kerekesh, nel quale Jan Kerekeš assumerà una ventina di ruoli diversi. Attraverso il dominio di commedia civile, il Teatro Kerekesh struttura il materiale riconoscibile della vita quotidiana in forma teatrale, senza temere ne la semplicità, ne la modernità.

Con due prime, a Zenica e a Belgrado, in quanto si tratta di una co-produzione del bosniaco Teatro Nazionale di Zenica e del Teatro BITEF di Belgrado, “Noi sono quelli che i nostri genitori ci avvertivano ” di Tanja Šljivar e diretto da Mirjana Karanovic, si occupa del problema della decostruzione personale, familiare e delle verità collettive. Il modo in cui il ricordo, la scelta delle parole e il modo come vengono usate, la cambiano. In una situazione di incontro casuale di due persone, in un luogo senza identità, senza personalità, dal quale le persone cercano di allontanarsi al più presto possibile, due attori (Mirjana Karanovic e Enes Salkovic) si useranno a vicenda per raccontare la propria vita ad una persona sconosciuta in una sola sera, srotolando il groviglio emotivo dei momenti più emozionanti delle loro vite, più eccittanti, più tristi, più divertenti, creando un vortice nell’inconscio, nel subconscio, nel intimo, nel segreto, portando in scena “un’atmosfera di alta tensione “.

Il modello del testo di “Niente lacrime per froci”, di Mattias Brunn, nella regia di Alen Jelen, nella co-produzione del Teatro ŠKUC e del Cankarjev dom, è l’adattamento del
romanzo e dei materiali tratti da rapporti di polizia, da rapporti d’udienza, dalle autopsie, dalle interviste di ricostruzione di tre omicidi per motivi di odio, aprendo così il tema della violenza omofobica senza moraleggiare o trarre conclusioni. Concentrandosi sugli autori dei omicidi, rappresenta una sfida per lo spettatore e grande impegno per l’attore, poichè formula l’idea che siamo tutti vittime e tutti carnefici, nel dramma e nella vita. Nel esaminare la “diversità”, il dramma, in modo sottile, formula la domanda sul che ci dà fastidio quando vediamo due persone gay, lesbiche o disabili in rapporto emotivo, come è possibile che tale rapporto possa disturbare a tal punto di fare del male a qualcuno, di uccidere tagliandogli la gola con un coltello.

Eroe 1.0, del Teatro giovani di Ljubljana, tratta (per fiction) un argomento molto interessante, degli eroi dei giorni nostri, del tempo in cui viviamo.
Uroš Kaurin e Vito Weis, raccolgono materiale per il loro progetto d’autore, nella esperienza personale, nella letteratura, nella filosofia, nell’umorismo, nell’identità visiva degli eroi dall’antichità fino ai giorni nostri, dall’elezione del loro eroe d’azione preferito, dal fitness. Usano il linguaggio e il discorso della cultura pop, capovolgendola ironicamente, e la loro decostruzione utilizza l’eroismo per rivelare i vicoli ciechi della nostra società. Ma concluderanno, senza ironia, che il tempo di individui indecisi e della società che mette un giovane in posizione di partenza quasi tipica, di inutilità, è maturo per gli eroi. Gli eroi non sono “ridondanti”.

“La difesa di Socrate ” si svolge in tribunale, in una cella della prigione, nelle memorie di Socrate, nei sogni, nei pensieri filosoficamente turbati. Anche se la fonte è legata alle basi di antichi pensieri e società, il monodramma dell’attore Aleš Valič e del regista Zvone Šedlbauer, pone al centro una questione estremamente importante anche oggi, penetrando nel senso dei fenomeni etici, nel campo della ricerca della verità “in terra e in cielo,” della democrazia, incoraggiando a riflettere sui loro valori e sul significato qui e ora. Perché Socrate ha preferito morire? La sua morte ha minato o negato la democrazia? Con la purezza del teatro e la brillante nterpretazione degli attori, che neanche per un momento ci fa guardare un ideale caratterizzato, “La difesa di Socrate” solleva la necessità di una riflessione sui nostri atteggiamenti, sulle conoscenze e sul coraggio. A cui è difficile opporsi.

Pertanto, è nostro dovere insistere, insistere con la fede nell’intelligenza del pubblico e l’impegno degli artisti. Perché il teatro è più vecchio, più saggio e più potente di noi. Perché è nostro dovere verso le generazioni future, insistiamo, perché il legame tra le generazioni della razza umana può vivere solo attraverso la cultura. La politica e il potere che non credono nella cultura, non crede più nella sovranità e nell’identità della nazione. Pertanto, il “Leone d’Oro” per la diciassettesima volta apre le sue porte, nello spirito del
multiculturalismo e del multilinguismo, integrati nella vita di Umago. Benvenuti!

Vesna Đikanović

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